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La Sardegna senza nostos: sineddoche e visione totale1 Questo spiega come, per coloro che scrivono letterariamente,
sia ancora più difficile sfuggire alla suggestione del ritorno.
Tuttavia, nella poesia di Grazia Maria Poddighe - la cui vera storia
ha inizio con II Manoscritto, poema di un viaggio avvenuto nell'immaginazione
- non ci sono viaggi espiatori che presuppongano un ritorno, ma solo
itinerari illusori e senza approdi. Anche l'anima, protagonista del
viaggio e nucleo lirico del Manoscritto, è:una conquista, un
obiettivo da definire, ed è, non solo in questo caso, un modello
culturale di vissuti individuali condivisi all'interno di una comunità.
Il viaggio all'interno di altre anime, dentro civiltà scomparse,
come Pompei ed Ercolano, i cui dipinti sprizzano vitalità e sono
fonte di commozione artistica, si conclude, momentaneamente, col messaggio
disperante di quella umanità che ricorda da vicino il dramma
dell'uomo del Novecento e la sofferta banalità del quotidiano.
Nella raccolta L'atto della parola, la parola si pone come coraggio
di vivere e di amare e allude anche al mondo sardo, all'anima sarda,
poiché il viaggio di ritorno è ancora il protagonista di
questo poemetto.
In Tu, Dio, nell'accomunare, ariostescamente,
i luoghi più disparati geograficamente in una sorta di viaggio
ideale, il punto di arrivo è la Sardegna. Un viaggio che, nella
Miniera, porta fino alla discesa nel sottosuolo della coscienza dal
quale si emerge per disperdersi, in L'inquieta innocenza, nelle interminabili
roads americane alla ricerca di autenticità impensabili e incredibili
nel costante anonimato del deserto dei motel, delle mostre d'arte, delle
false apparenze "umane" del Greenwich Village. Se ne ricava
l'impossibilità di cancellarsi e di rinascere, o meglio di rigenerarsi,
poiché ci si confronta sempre con messaggi ancestrali di una
Sardegna che non esiste più, messaggi che non aiutano nel degrado
delle grandi aree metropolitane governate da leggi diverse. In una civiltà
avanzata, dove quel particolare senso della comunità s'è
perso, non valgono a ricostituirlo, i rimedi della cosi detta società
civile.
Il viaggio è, come si è detto, senza soste e senza
ritorno (non è neanche nostalgia o dolore del ritorno), perché
la Sardegna non è il luogo privilegiato dei valori e degli affetti
dove approdare come uno stremato Odisseo. Non è neppure il luogo
della tregua. E’ un "non luogo", l'atopia. Feroce, e
incapace di realizzare la figura materna, l'isola è sempre matrigna
e respinge i suoi figli specialmente quando, allontanatisi, tornano al
suo grembo: "...sei tu che mi cerchi isola / e la tua anima
mi tormenta / la tua galleggiante morte / e il tuo feroce sorriso /
l’ acqua che mi ha sprigionato / e le sue rarefatte ghirlande
o vortici (LiIn, 115).
Eppure questa Sardegna implacabile (natura in-naturans) è condizione
della coscienza, ne rappresenta al tempo stesso l'affermazione e l'ombra
che, nel senso junghiano, la minaccia o la anima. E’ un dato coscienziale
cui non si tende, perché la Sardegna non avverte alcuna necessità
di essere scoperta, né di essere reperita nelle pieghe della coscienza
o reinventata. La Sardegna pretende di esistere in sé, come mito
di un'isola e non come processo di auto-identificazione e come rappresentazione.
Né può così assumere mai le connotazioni del mito,
quelle di un irraggiungibile recupero, memoriale o tangibile, poiché
l'isola del mito è una reinvenzione simbolica. La Sardegna può
oggi esistere solo come visione tutta interiorizzata (LaM, 33) che non
distingue l'interno dall'esterno, poiché è unicamente fonte
di percezioni e di emozioni, è rappresentazione di sé, e
non v'è nulla di esterno alla coscienza ma soltanto le sue proiezioni.
Dunque, una Sardegna suscitata, questa volta, solo dalla coscienza come
fenomeno percepibile, come risultato di un immaginario condiviso e collettivo.
Come, per esempio, la costruzione e continuazione di una cultura millenaria
che il corso non cosciente e non governato degli eventi ha condannato
all'estinzione e ha reciso quasi alle radici. Questa Sardegna può
esistere perciò soprattutto come proiezione del soggetto poetante
che la evoca e ne costituisce, nella sua visionarietà epifanica,
la certezza, e anche l'altro da sé, il fenomeno - oggetto (o anche
l'In - Sé) o il Nulla cui si collega l'angoscia della negazione,
la vivente essenza del Nichtung heideggeriano. E solo la rappresentazione
può produrre il processo verso obiettivi più o meno condivisi
e non la testimonianza passiva degli eventi. Si spiega così come
il dettato poetico, in queste raccolte, sia formulato come correlazioni,
flash back e feed back o forward, come se passato e futuro costituissero
la certezza di uno straordinario interminabile presente. Così si
svolge il percorso in Tu, Dio allontanando e correlando luoghi
geograficamente e culturalmente distanti. Basti leggere il rapporto istituito
tra Vienna e la Sardegna: "Abbiamo conosciuto / la polvere e il fumo
/ capretti arrostiti sotterra / postazioni di banditesche orme / inafferrabili
/ miniere oscure come la malaria / scalpitìo e zoccolare / conigli
acri e dolciastri come lepri / volpi immusonite / rosse fra rosolacci
/ e cagli e presso latte / e impressi fiumiciattoli / che le donne tranavano
incuranti / meno che ferma terra di dirupi e di capre / pallide eppure
floride allattanti / fra schiamazzi di maiali / operose di rossi corpetti
/ con bottoniere dal suono astrale / di slitte lontane / - impossibile
Vienna / sferragliante di pellicce / bianche dei cani / sulla neve che
appena fa rumore - / abbiamo conosciuto / morelli e non cavalli lipizzani
/ i cavallini della Giara e non i Pinzgau / abbiamo corso sarabande /
sulla sella del tavolino / a domandarci neologismi e tempi / verbali /
abbiamo suonato gli strumenti / a più corde che nessun liutaio
/ eseguì mai / sognando pizzicati avventizi / a Salisburgo per
il mozartiano / concerto serale, / abbiamo riso di pulci / in gara con
leoni / e separato il cisto dall'odor dell'ibisco / il mustelide dall'icneumone
/..."(TuD, 41 - 42).
Qui vengono sanzionate difficili
e rischiose identità proprio nell'emergere delle percezioni vivissime
di odori e sapori e persino di colori nello sprigionarsi dell'attimo
vitale (TuD, 50). Ogni dialogo risulta impossibile: Dio è inesausta
ricerca dell'umano nell'umanità e poi, alla fine, nella suggestione
degli anacoluti e nello snodarsi del poemetto ininterrotto, potrebbe
forse essere un'apparizione e più la folgorazione finale: "Ora
il prato che digrada / nel declivo, sua metamorfosi, / e prillando le
foglie / mature come dolci capelli / nell'oro che li scioglie, / accerta
la fermezza / della stagione / lo stabile accadere delle specie / il
perdurare d'un avvento / che non è mai il medesimo / ne varia
il movimento e la misura / cangia l'acacia il bianco in gelsomino /
si fonderanno in memorie dissolte / come divelte alla radice ombre /
croste come tante di sale / di quante per un attimo / odorano le rocce
/ pure segnali di universi / comuni, solo che li si scorga / deducendo
da goccia / il mare, l'acqua dal sale / il nostro dai reciproci / processi
del pensiero. / II tempo è solo lo spazio / entro cui muoviamo
gli arti / sondando la capacità / del nostro guscio o cheloma
/ ... portandoci e sopportandoci / fino al passaggio di consegne/ al
convoglio delle mete/ obbligate al momento / indifferibile / di cui
i libri serbano / memorie inesatte / sacro e maledetto / come ogni cruciale
momento / nel quale il tempo / accende il suo volto / e cala come una
quinta / su una commedia mediocre / e più veloce per l'attrito
/ precipita senza noverarsi / e su di sé si accumula / circondandoci
di durata / senza nozione sì come l'attimo / ci conduce in stupefatte
dimensioni / e ci ignora" (TuD, 51 -53). Così anche qui
si sanziona un'inappartenenza, come già in II Manoscritto (IlMa,
47 - 48).
Gli anfratti della miniera, o meglio, i suoi cunicoli, concentrano
in un mondo, in apparenza reale, visioni e percezioni, attraverso le
quali avviene la conoscenza, a posteriori e tutta poetica, per balzi
e per "veggenze", di un mondo che è esistito davvero
e che viene suscitato come una magica Atlantide per sprazzi, per intermittenze
che si costituiscono in un discorso più nitido, meno esagitato
ed esacerbato e meno violento che altrove. Il gusto del colore e l'impiego
di tecniche che paiono voler corrispondere alle pennellate della pittura
di Biasi e Pietro Antonio Manca (LaM, 17), e talora il recupero, nei
modi della pittura astratta, di certe sensazioni (LaM, 41), chiudono
il cerchio magico della consuetudine religiosa e del rito (LaM, 47).
Entro questo cerchio magico avvengono iniziazione e morte, e l'amore
e il dolore sono ricondotti alle loro più sincere radici (LaM,
42-43), e le tragedie sono accettate come inevitabili: il sogno della
sposa (LaM, 31-33), il sogno della modernità subito infranto
(LaM, 41). Niente si realizza e quasi niente avviene (LaM, 44), sicché
si può dire della Sardegna ciò che l'autrice dice di sé:
"e lì fui filugello / mai per la seta baco". In questo
modo il dialogo con la Sardegna e con la sua cultura deradicata appare
quasi impossibile o irrecuperabile. Né ci sono margini sufficienti
alla speranza che avanzi e proceda il desiderio e la volontà
di un ricupero effettivo se non si rimuove e si rinnova quella cultura
che l'ha condannata alla fine. In questa raccolta poematica il correlativo
- oggettivo allude all'assoluto, il minimalismo si riappropria della
totalità (LaM, 10, 31, 46), inarrivabile meta dell'arte del Novecento;
e l'ambizione di toccarla sembra possibile nell'allargarsi del minimo,
quasi coscienziosamente enumerato, alla visione totale (LaM, 10 -11).
Così per minimalia si recupera anche la lingua materna in un
"impasto" italiano del sardo. Se si pensa all'abisso che separa
la quotidiana lotta, solo per esistere, di questa comunità,(LaM,
7 - 8) se si pensa all'assurdità della vita ("scoperta"
del Novecento nelle zone più apparentemente evolute di cui la
Pop Art ha posto in evidenza la banalità, il nonsense, la schiavitù
e l'asservimento...) forse valeva la pena di recuperare il senso di
quel "primitivo", come volontà di emergere dall'ombra,
come possesso di sé e superamento di ogni alone pregiudiziale.
Occorre sottolineare come crescere, in questo contesto, significhi mutare
ma anche fallire. Il senso del fallimento che deriva dalla scomparsa
di quel continente ora definitivamente sommerso si identifica con quello
dell'autrice già nel suo crescere all'unisono con la comunità
osservata e poi nella comune scelta del salto nel buio. Infine, lo stesso
fallimento generazionale, è sostanzialmente simile a quello,
nonostante le fratture apparenti di dissimilarità di luoghi e
società: una generazione "innocente", non salvata dall'immaginazione
né dall'amore, ma conculcata nel suo libero progetto di essere
se stessa. Così è per l'autrice, come ogni donna: "Quando
l'unica cosa / su cui potevo contare / era un temperino, un boccone
/ di formaggio, un boccale, / mezzo, di vino / e non c'era luce che
non fosse anche ombra / quando l'unica cosa / che possedevo erano /
lacrime e idee, / dagli odori dei fuochi / dalla natura crepitante allora,
intorno, / io capivo di essere al mondo / non sul bilico del mondo /
ma dentro al suo ombelico: / e le lacrime erano felici / e la felicità
non era dolore / e il dolore era sconosciuto o morto / perché
se soffrivo di essere sterpo / rinascevo erba e la sofferenza aveva
/ una sua lungimirante trasformazione /..." (LiIn, 65).
L'occasione - oggetto di L'inquieta
innocenza era stata la visita al Metropolitan Museum of Arts di New
York, e in quella sede proprio l'osservazione della lavagna su cui
Twombly aveva tracciato, in ordine, riga su riga, in un solo segno,
quello delle ali di uccello: "Ali di uccello veloci, ma ferme
/ sul tessuto d'ardesia / non sul limpido lago / non sul più
limpido cielo: / non è che non abbiamo voluto / fu così
diffìcile per noi (LiIn, 32 - 34).
Quel volo è letto come il segno di una violenza fatta contro
una generazione innocente, che aveva scelto l'immaginazione e non poté
volare. Nel suo forzato immobilismo non era solo quella dell'autrice,
perché, nel sogno di volare (LiIn, 35 - 36), si accomunava il
fallimento dell'attuale generazione, verifìcato in una società
tanto più avanzata (rispetto a quella "primitiva" originaria)
quanto più mortificava ogni libera espansione. Contro la condanna
a una disumana solitudine e alla rinuncia alla propria realizzazione,
la richiesta del - "Tu, immagina" - (LiIn, 29) allude alla
riproposta dell'utopia della precedente generazione, che intende andare
oltre e ben più a fondo dell'attuale conformismo, verso una libertà
che è quella del potere della immaginazione più che dell'immaginazione
al potere. La vita è solitamente ripetizione e non creazione.
La creatività ("addio ragazzo, l'immaginazione è
vietata") ha fallito. Uno scacco che si ricava dal confronto fra
l'infinitamente piccolo del mondo ancestrale dell'Isola (LiIn, 61),
con gli spazi e i tempi della città che orientano diversamente
la solitudine "primigenia", dando all'individuo l'illusione
di essere l'artefice di se stesso; tra l'infinito dei nuovi mondi delle
civiltà avanzate che leggono diversamente il destino dell'uomo
(1998, 36) con l'esigenza di essere e di vivere liberamente che ne consegue
(LiIn, 82 - 83).
Da una parte, l'allucinante deserto
di affetti e quasi di idee delle strade vuote della California; dall'altra,
il deserto non solo fisico e l'affannosa ricerca di uno sguardo amico
che, per un attimo, può accomunarci. E il branco libero dei
cavalli della Giara viene immaginato e proposto come simbolo di libertà
in quella sorta di simultaneità temporale che può coincidere,
a volte, con quella concettuale e spaziale della scrittura in Sardegna
e a New York (LiIn, 26 e ss.). Per questa ragione ci si può
avventurare su una mariposa credendo di avere le redini del proprio
destino e di volare radendo l'Hudson come gli uccelli spazzini, l'Hudson
delle "anse crepitanti ... e i ventosi picchi / degli edifìci
smisurati di metallo e di vetro / (LiIn, 20 - 23) "este tiempo
despierto", il tempo della veglia è un'altra cosa dalle
nostre aspirazioni sempre frustrate. È la solitudine il vero
tema dell'esistenza: "E niente di ciò che vogliamo / va
a nessun luogo a nessun sogno / tiempo despierto ninguno".
La delusione lascia spazio a
una richiesta che non avrà presa storica né conquisterà
- o conquista- il mondo: "Tu, immagina" (LiIn, 20). E' questa
l'unica possibilità per una generazione che deve costruire sull'esperienza
dell'altra che si è bruciata e che, come quella, è innocente
e sacrificata a un potere che continua a esserle estraneo. Di conseguenza
resta la forza delle lacrime più volte evocata (LiIn, 24-31).
Qualunque cosa, purché amore, purché emozione: "Continuavo
a non capire / e avrei continuato a stillare / poco piano non bene /
a stillare / capivo sapevo (LaM, 49), sulla linea appunto delle Mediterranee
di Montale ("Bene lo so, bruciare: questo non altro è il
mio significato"). Scommettere sulla vita è il richiamo
costante e questa scommessa deriva dall'Isola, dal suo feroce sorriso,
dalle sensazioni che feriscono, dai sentimenti che uccidono. Da una
primigeneità che si propone come sofferenza e come riscatto.
Come lotta contro un persistente presente che è la sola veste
del tempo, perché solo con esso la nostra esistenza fa i conti.
Di questo presente la simultaneità è la prima legge: "...
in questa luminosa proposta / in tutto ciò che attraversano e
rapiscono. / La libertà è un fischio. / La libertà
è un'immagine in un aperitif..."(LiIn, 83 - 84). Il tempo
diventa una "lungimirante trasformazione" (LiIn, 67) che può
illuderci di sanare le nostre stesse contraddizioni nella sua propulsione
attimale e relativistica in cui spazi e tempi remoti possono essere
raggiunti in un'unica intuizione. E tutto ciò in cui abbiamo
creduto, si trasforma e si illumina di una percettibile significazione
- "È una fede, nulla, o l'intenso / veleno della terra che
la terra / distingue dal ciclo" - (LiIn, 68 - 69). Il nulla, approdo
fìlosofico del nostro secolo, è per la sua stessa forza,
il to pleon dei Greci. Bisogna ricorrere non solo ai Greci ma anche
al pensiero orientale per spiegare la positività del nulla, perché,
nel deserto, il ragazzo possa immaginare e ritrovare la sola idea che
gli serva. Ed è questo l'approccio al punto di vista del ragazzo
sul rapporto fra le generazioni e la cultura da cui questo libro ha
origine. Né minore importanza vi assume il tema della persistenza
generazionale dell'Utopia e del tempo come trasformazione e riproposizione
dei medesimi temi. Fin dall'inizio, vale il concetto che il confronto
fra culture arcaiche e quelle "evolute" è impossibile
(LaM, 41-42). Si afferma, per contro (LaM, 10), sia pure in sede poetica,
che la società ha negato l'unica possibilità, umana e
poetica, di attuazione della libertà. Ha prevalso, se si vuole,
la "paura" della libertà, perché la libertà
non ha limiti né confini né scende a patti con niente
e supera barriere e ideologie e i miti falsi o veri. Libertà
è riaffermare, solo e sempre, la propria identità, il
divenire costante della propria identità (LiIn, 82 - 85). Il
viaggio dei cavallini della piana sarda è un viaggio senza termine
perché si identifica con la morte: si veda Libertà, nella
silloge Libera come la morte (LiIn, 82-97). Ma intanto, in questo senso
e seguendo l'antico segnale, la vocazione alla libertà è
risorta, ineludibile e necessaria comunque e sempre (LiIn, 48 - 49).
La ricerca di una risposta nella tensione verso l'essenza, (che illusoriamente
la Sardegna sarebbe capace di offrire, a tratti, per percezioni epifaniche),
implica il discorso heideggeriano. Implica la visione dell'essere non
come sostanza ma come relazione e correlazione di ogni cosa e di ogni
aspetto percepito in modo "attimale" di quella realtà
che sembra essere pieno e vuoto, Essere e Nulla, riscontrabile in La
miniera, in quel suo viaggio nel sottosuolo. Ne emerge una società
arcaica non felice ma "biofila", tesa alla sopravvivenza civile
e alla conservazione dei propri tratti distintivi e delle sue connotazioni,
ma costretta a emigrare in cerca di migliori condizioni di vita. Sicché
il rapporto si pone qui fra quel mondo "alla periferia del mondo"
e le ragioni della modernizzazione e del cambiamento che già
avevano affrontato Deledda, Dessì e Salvatore Satta. Il risalire
alla luce di quel mondo sepolto e oggi inesistente attraverso la percezione
e la fin troppo minuziosa enumerazione della "visionarietà"
che va alla radice del fenomeno, consente la ricostruzione dei rituali
e delle consuetudini dentro il grembo materno di un linguaggio che cerca
di avvicinarsi alla lingua materna e di riprodurla in una condensazione
di un vissuto linguistico e antropologico sardo riformulato in italiano.
Qui il problema della vita - della vitalità e della morte - si
pone all'interno di una comunità che potrebbe riconoscersi in
valori condivisi e la cui riappropriazione, che l'autrice auspica, costituisce
la vera dichiarazione di esistenza da parte di un popolo oscuro, confuso
e su cui, alla fine del dire poetico, cade il silenzio. Fuori della
storia, ma ostinatamente propenso a perpetuare la sua civiltà,
questo sottosuolo della miniera diventa, forse inconsapevolmente, un
punto di riferimento nello sconvolgimento generale. Così il volerne
rendere addirittura odori e colori consente una ricostruzione che vuole
essere mitica anche nei momenti più crudi e apparentemente realistici
(LiIn, 8 -17).
La rivelazione d'un mondo riemerso
(o altrimenti sommerso) equivale a quella del finale di Tu, Dio (TuD,
57) dove si cerca una risposta. Anche nel Manoscritto, che è
il soliloquio di un'anima e la storia della paura e della morte come
esorcismo ancestrale, si avverte la reazione di una comunità
a questo destino che non tocca la protagonista che procede sola sino
alla fine incontro alla morte col peso di un mistero che non può
affrontare: "può arrancare l'ani / ma può arran
/ care"... (IlMa, 50).
Del
resto per l'individuo sradicato e de - radicato, che non ha più
la certezza della propria appartenenza, la solitudine cui è destinato
nella società contemporanea è assai più dell'isolamento
ancestrale della società "primitiva" cui appartiene
e sente di appartenere. I barlumi di emergenza di quel mondo ancora
non lo salvano. Destinato a percorrere strade interminabili (la suggestione
della vita on the road già della generazione Beat), a consolarsi
con un'occhiata ma fuggevole di solidarietà in un estraneo motel
americano, scandiscono in L'inquieta innocenza la fine non solo dell'innocenza
ma della ricerca di essa. Ricerca che dà modo di verificare in
questa chiave il fallimento delle aspettative personali d'un tempo e
le rende più cocenti. L'esperienza americana insomma consuma
il resto: l'amore, la comunicabilità della propria situazione
esistenziale in una impossibile reciprocità. Anzi la solitudine
è ribadita come certezza esistenziale. Gli altri non sono, e
anzi ognuno di noi non è che "una corresponsione fugace",
un lampo, uno sguardo prima di essere distratto. È questa la
conclusione cui giunge Denis Hopper con le sue disperate stoppie e i
suoi distributori di benzina nel deserto. E a questo allude anche Twombly
con le angosciose ali tracciate col gesso sulla lavagna. Una conclusione
che accomuna due esperienze così diverse, in terre così
diverse, in un'isola come la Sardegna dai connotati ancestrali e in
un continente come quello americano connotato da uno sviluppo tecnologico
tra i più avanzati. La letteratura, si sa, è sapere sulla
vita, e la nostra società, soprattutto quella modellata da una
cultura antropocentrica e saccente, e perciò stesso violenta
e sopraffatrice, deve giungere alla confessione e al "pentimento
che lacrime spanda" dei propri errori e a una contrizione che rifondi
quei valori umanistici di lealtà verso la vita che sono stati
abbandonati per additare un falso progresso che si è manifestato
un fallimento. Un tessuto culturale millenario è stato lacerato,
reso discontinuo e problematico. Il senso della vita proposto dalle
voci più alte del pensiero e della poesia del Novecento è
rimasto inascoltato e c'è stato, da questo punto di vista, un
tradimento dei chierici della religione della libertà e della
cultura. Quei messaggi di riflessione sulla vita e quel sentimento di
pietà per la condizione umana o non sono stati bene interpretati
o non hanno avuto circolazione a causa di un conformismo e di un trasformismo
colpevole che non trova ancora una smentita adeguata e una correzione
di rotta, nonostante il rumore che perdura. E questa sostanziale insincerità
verso se stessi e i propri figli e verso gli altri continua ad appannare
e a rendere vano ogni buon proposito. E tanto più grave è
la situazione nella nostra Isola che tarda ancora ad affrancarsi da
una subalternità culturale che tanto più ha colpe quanto
più poteva attingere dalla propria millenaria civiltà
i modelli e gli stimoli per affrontare una visione del mondo moderna
ed aperta al futuro di tutti, di tutti, si intende, gli uomini del pianeta,
senza distinzioni. Il problema delle condizioni del pianeta e dei valori
che stiamo lasciando in eredità ai nostri figli non mi pare costituisca
ancora la preoccupazione essenziale della nostra società. Eppure,
proprio in queste raccolte di Grazia Maria Poddighe, e in particolare
in quest'ultima, L'inquieta innocenza, affiora una visione assai lucida
dell'uomo del Novecento e una riflessione sui valori originale, dolente
ed estremamente suggestiva, per il suo significato e non solo per il
linguaggio, che è il risultato di una ricerca strenuamente perseguita
che giunge a esiti singolari e di grande rilievo. La sua lingua poetica
procede da una cognizione fortemente interiorizzata della poesia e del
pensiero della nostra tradizione occidentale e tende a confrontarsi
con la riflessione antropologica sulle civiltà primitive e complesse
che abbraccia anche il pensiero e la poesia di matrice orientale. Le
sue conclusioni appaiono infatti in linea con la concezione del pensiero
poetante che, da Leopardi a Schopenhauer e Nietszche, culmina in Heidegger
e nelle successive propaggini. E soprattutto, e dal nostro punto di
vista, ci offre una rappresentazione della Sardegna assolutamente inedita,
priva di nostos e consapevole che non esistono miti in atto se non quelli
che una accresciuta coscienza dei valori antichi e recenti può
proporre. Valori che, rivissuti nella mente e nel cuore, possono alimentare
immaginazione e creatività così da proiettarli anche fuori
di noi. Il fare artistico, insomma, e la poesia possono costruire davvero
l'unica rappresentazione fondante dell'immaginario dell'isola. Questo
può generare speranze e alimentare quelle energie interiori che
ci aiutano a sopravvivere all'angoscia del futuro e a tendere verso
l'autenticità, verso la relativa libertà e felicità
possibile. La poesia soltanto può richiamarci alla presenza di
noi stessi e alla nostra condizione rivelandoci gli inganni di quelle
tragiche ideologie che con le loro illusorie utopie hanno funestato
il secolo. 1 La grotta della vipera Rivista trimestrale di cultura Anno XXVII - Numero novantatre Primavera 2001
Significato delle sigleora in: Quale Sardegna, di Nicola Tanda (RdaL) Racconti di azzurri e di lune. (IlMa) Il Manoscritto. (Ldp) L'atto della parola. (TuD) Tu, Dio. (LaM) La miniera. (LiIn) L'inquieta innocenza. |
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