SULL'ABISSO DEL NULLA

 
 
Leopardi ha configurato l'abisso su cui è sospeso il nostro secolo e ha rappresentato liricamente il Nulla. Ma è proprio la coscienza del Nulla a salvare l'uomo attraverso la conquistata consapevolezza del suo rapporto col mondo e del suo posto nell'universo. Nel relativismo degli universi e delle civiltà, nella consapevolezza della condizione umana, il "persuaso malpensante" approda alle filosofie del Novecento, ai nichilismi e al loro superamento, a Sartre e a Karl Löwith. La sintesi operata dal Löwith nella convinzione che non può esserci antropologia senza cosmologia, trovando nel dinamismo della physis un posto per l'uomo, costituisce certo il superamento del meccanicismo leopardiano. Tuttavia, l'uomo sospeso tra Dio e il Nulla del Löwith e la visione disperata e lucida del Leopardi sembrano ad un certo punto saldarsi nella concezione comune dell'enigma uomo.
 
 
 

AVVERTENZA

II pensiero di Giacomo, tenendoci sull'abisso, facendolo percepire ai nostri sensi e alla nostra immaginazione, continua a suscitare uno sgomento - di fronte alla profondità delle sue rivelazioni - simile a quello che ci assale quando ci misuriamo con i nuovi infiniti, che paiono, a volte, rinnovate formulazioni di quel pensiero sull'infinito tradotto poi nella frastornante "chiarità" dell'Infinito.
La perdurante vitalità di questo pensiero - formulato quasi sempre in poesia - fa brillare consonanze, che paiono stupefacenti, con le filosofìe del '900, rivolte anch'esse a cercare una "collocazione" tutta moderna dell'uomo nel cosmo senza ridurne la connaturata forza di ribellione sia contro regimi e società che "violentemente" si oppongono alla sua naturale forza espansiva; sia contro quella Natura (ora di nuovo, physis) che per prima ha limitato il suo essere. Una natura "in-naturans" che, nel Novecento, ha smesso di costituire un riferimento per l'uomo, predestinato alla precarietà e alla solitudine nel suo proprio infinito.
Morto il Dio cristiano, e la natura-madre che lo ha consegnato a se stesso nell'universo vuoto, l'uomo leopardiano, come quello del '900, è sull'orlo dell'abisso.
È proprio l'abisso del Nulla che, una volta rivelatosi all'uomo senza ipocriti infingimenti, consente di trovare la via per ricominciare, percorrendo un cammino tutto umano.
Così il Nulla diventa pienezza, scoperta della reciprocità.
Ed è l'approdo al Nulla a lasciare aperto il discorso Leopardi, in un momento storico in cui le filosofìe orientali sembrano costituire una delle poche certezze per l'uomo contemporaneo1.
Alla riflessione che in queste pagine si offre dell'evoluzione del materialismo e del concetto leopardiano di Natura e Umanità, ha dato impulso la lettura che di Karl Löwith ci offre Orlando Franceschelli2: un filosofo, il Löwith, che operò una sintesi "progressiva" dei Nichilismi novecenteschi proponendo un armonico e scettico contemperamento fra cosmologia e antropologia, come imprenscindibili l'una dall'altra. Non esiste antropologia senza cosmologia, bensì un uomo "fondato" sul cosmo: un frammento, certo enigmatico, ma dell'universo di cui fa parte. L'enigma-uomo sospeso fra Dio e Nulla. Il Nulla, che è, per l'uomo che ha perduto Dio, la certezza che lo mantiene sull'abisso. Così Leopardi approda a Löwith. E, così come Löwith sembra parlare "leopardianamente", Leopardi, cui l'essere poeta non impedì di essere filosofo, è precorritore di Löwith.
È quanto si cerca di porre in evidenza dell'emblematico Löwith nel precursore Leopardi: e viceversa.

1 Pietà, compassione, solidarietà che tramano il messaggio dell'ultimo Leopardi, paiono discendere dalla matrice delle filosofie orientali, attraverso Schopenhauer e la sua opera fondamentale, Die Welt als Wille una Vorstellung, Lipsia 1819.

2 O. Franceschelli, Karl Löwith, Roma, Donzelli 1997.

Grazia Maria Poddighe

 
 
 

INTRODUZIONE

Tutta la scepsi leopardiana è segnata dall'aspirazione a un rapporto profondo e vero dell'uomo con la natura.
"L'amorosa inchiesta" di un'armonia fra l'uomo e la natura si traduce alla fine nella scoperta, ineludibile, di una fatale e irreversibile dissonanza uomo-natura, che nega volendo disperatamente affermare e rade al suolo il sistema della natura facendo emergere dal silenzio, l'uomo. Tale è l'approdo della scepsi filosofica novecentesca, dei suoi disperati postulati e delle sue conclusioni, anche quando essi sembrano arrivare a una possibile-impossibile conciliazione.
Tanto che possiamo leggere il percorso leopardiano verso la disperazione esistenziale attraverso il tema tutto novecentesco della "Ek-sistenz" di Heidegger, fino ai postulati esistenzialisti di Sartre. E soprattutto, superando "l'essere sospeso sul nulla" di Nietzsche, attraverso Karl Löwith e la grande sintesi da lui operata delle posizioni filosofiche del Novecento, dopo che, superando la fenomenologia di Husserl e la posizione del discepolo di quest'ultimo e suo maestro, Heidegger, egli giunge a una soluzione vivibile e positiva del pessimismo novecentesco e del rapporto uomo-Natura. È infatti proprio con la ricerca di Löwith di un rapporto armonico fra antropologia e cosmologia, nel quale uomo e natura si sentano "naturalmente" parte della stessa totalità che il messaggio del Leopardi trova possibili sviluppi di ulteriorità fìlosofìca ed etica.
L'illusione-delusione di un'armonia fra uomo e cosmo porta il Leopardi alla certezza dell'isolamento dell'uomo nella natura ostile e questo implica la ricerca di un ordine più giusto e meno sfavorevole per l'uomo nella dialettica leopardiana. Un ordine più volte invocato e mai davvero, se non provvisoriamente concluso. Infatti tutta la ricerca leopardiana appare sempre "in fieri", sempre suscettibile di superamento in presenza di provvisorie conclusioni, mai davvero conclusa.
Così appare l'ultimo Leopardi, quando la definitiva consequenziale tappa del suo pensiero è stroncata dalla morte.
Il percorso fìlosofìco-sentimentale di Giacomo Leopardi (di una filosofìa "rappresentata" liricamente: un'intensità filosofìca in forma lirica del tutto nuova e inusitata) 1 si svolge fra due estremi.
La configurazione di un cosmo benefico e quasi provvidenziale, cui si oppone l'uso di una ragione distorta e desertificante, capace di creare il nulla delle idee, delle illusioni e dei valori, cede subito a ben più inquietanti certezze sulla innocenza dell'uomo e la colpevole indifferenza della natura2. Di qui, la visione-rappresentazione del cosmo che, già estraneo all'uomo3, gli diviene dichiaratamente ostile4. Per questo, egli deve porsi - ed è sollecitato a farlo - da solo, di fronte a se stesso e al proprio impegno individuale e sociale, sfidando la realtà-natura a lui così sfavorevole, poiché egli ha scoperto non di essere il centro dell'universo, ma esiliato da esso5.
L'uomo leopardiano dovrà percorrere un cammino tutto umano sospeso fra Natura e Nulla, lungo il quale trovare un accordo fra uomo e mondo diventa problematico, impossibile.
L'antropologia leopardiana si fonda così su una cosmologia che ha perduto il senso e la possibilità di ogni favoloso mistero, mito, affettività.
Tuttavia, proprio dal progressivo venir meno delle illusioni - fino al loro decisivo spegnimento - è possibile che scaturisca l'esigenza coperta e mai morta, anche quando così appare, di un rapporto "naturale" fra mondo della natura e mondo umano. Che anche sotto l'ultima, definitiva (solo perché è stata la morte a renderla definitiva) negazione, si nasconda una produttiva, positiva antitesi che, come sempre nella dinamica di negazione-affermazione in Leopardi, avrebbe potuto farlo approdare ad una sintesi diversa, rispetto alle ultime parventi conclusioni.

1 Che si possa essere "Sommo filosofo" poetando profondamente, cfr. Zibaldone, 27 luglio 1821. Cfr. anche il pensiero su Platone, Zibaldone di G. Pacella, Milano Garzanti 1991.

2 Cfr. il pensiero del 27 agosto 1821, Zibaldone, cit.

3 G. Leopardi: Zibaldone, 21 maggio 1823; 30 maggio 1823; 10 luglio 1823; 12 agosto 1823; 1-2 settembre, 23 settembre 1823; 25-30 ottobre 1823; 29 dicembre 1823; 24 gennaio 1824; ed., cit.

4 G. Leopardi, La storia del genere umano, "preludio" delle Operette: cfr. Il "ciclo" delle Operette del '24, fino al Dialogo di Timandro e Eleandro, e alle prospettive di perfezione o perfettibilità dei "filosofi moderni" di cui tratta in G. Leopardi, Operette Morali a cura di S. A. Nulli, Milano, Hoepli 1991.
Cfr. ancora il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue Mummie, con il memorabile "Coro dei Morti". Cfr. inoltre il tragico messaggio del Cantico del Gallo silvestre, sulla distruzione dell'uomo e del mondo.
Cfr. inoltre i pensieri del '24 e quelli "metafisici" del '25-'26, dove si consolida il materialismo "integrale" di Giacomo (e la negazione delle spirito) fino al formidabile pensiero del 19-22 aprile 1826, Bologna ("Tutto è Male").
Per lo sviluppo di questo "pensiero in movimento", fino a questo punto della ricerca, cfr. il pensiero del 9 aprile 1825 sull'infelicità e sul "non vivere"; il pensiero del 17 gennaio 1826 ("Che cosa è la vita?") e, soprattutto il pensiero dell'11 maggio 1826: "L'esistenza non è per l'esistente, il solo vero fine della natura è la conservazione della specie e non la conservazione né la felicità degli individui; la qual felicità non esiste, né per gli individui né per la specie"; fino al fondamentale pensiero dell'11 aprile 1829: "La natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo stato attuale dell'universo, è essenzialmente e perfettamente persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui d'ogni genere e specie...".
Cfr. il pensiero del 2 gennaio 1829 e del 17 maggio 1829; del 27 maggio 1829, su questo stesso tema.

5 Cfr. lo sviluppo del pensiero leopardiano, dai pensieri del '25-26 (il "nec spe nec metu" come momento essenziale della scepsi) alla "ripresa" espressiva del '28-'30. I grandi canti pisano-recanatesi (i "grandi idilli") sono preceduti dai pensieri sull'arte e la poesia lirica in particolare (cfr. per tutti, i pensieri del 30 novembre 1828; del 14 dicembre 1829; del 30 maggio 1829) Zibaldone, cit.La "nuova poetica" di Giacomo, attraverso la scoperta del presente come momento non più effimero né attimale (come nei grandi idilli) ma come sosta del pensiero e della sensibilità poetica, lo conduce poi, attraverso la scoperta di sé e delle proprie urgenti, presenti esperienze, al definitivo scavo della Ginestra, vero e proprio ultimo, ma "provvisorio" approdo del Leopardi.
Cfr., per questo sviluppo, almeno la fondamentale riflessione: "Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di sé..." Pensiero LXXXII, Pensieri, in Binni, Tutte le opere, Firenze, Sansoni 1988.
Cfr. ancora la splendida, tensiva ed energica esperienza di sé testimoniata da "A se stesso", mirabile canto - non canto: modernissimo A-solo anti-lirico, costruito sull'essenzialità del dire, fuori da ogni presupposto di "ricordanza". Di qui, la ormai disillusa satira sui propri tempi e sulla politica liberal-risorgimentale dei "Paralipomeni", con la sua forza interpretativa e "mimetica" della realtà ideologico-mistica delle filosofie contemporanee (cfr. "Nuovi credenti") fino al terribile smarrimento-autoritrovamento dell'uomo, libero di ogni illusione come di ogni fede e capace di contare solo su se stesso de "La ginestra". "La ginestra", per la sua costruzione così "antagonistica" inaugura una nuovissima forma espressiva, sia all'interno della ricerca poetica leopardiana, sia nel confronto con la poesia contemporanea.
Ed è l'esperienza poetica del nuovo "incontro-scontro col presente", W Binni, La protesta di Leopardi, Firenze, Sansoni 1963, l'antecedente logico-poetico di questa ultima originalissima "lirica" anti-lirica (in G. Leopardi, "Canti. Operette Morali", a cura di G. Tellini, Roma, Salerno 1994).

Grazia Maria Poddighe

 
 
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