GRAZIA DELEDDA

e autori sardi contemporanei

 
 
Nota introduttiva


Questo lavoro nasce come degustazione di un duplice piacere, quello, tutto barthesiano, maturato e quasi delibato a contatto con il testo degli scrittori e poeti qui studiati — dalla Deledda a Giuseppe Dessì, da Salvatore Satta a Francesco Zedda, da Pietro Mura a Benvenuto Lobina, ad Antonio Cossu, Angelo Mundula—e l'altro, tutto privato e spero tuttavia utile, di provarsi a indagare zone fino ad allora poco note — i saggi risalgono quasi tutti agli anni ' 86- ' 87 — della critica deleddiana e su scrittori e poeti che rappresentano oggi la letteratura in Sardegna.
Solo adesso, dopo varie traversie editoriali, i saggi vedono la luce così com'erano nati: come note, forse critiche, su quanto succedeva in Sardegna nel fervore di studi suscitato dai Convegni nuoresi sulla Deledda nell' '86 e '87, durante i quali ho potuto incontrare scrittori e poeti di vaglio, in lingua sarda e in italiano. Il lavoro degli intellettuali sardi in questi ultimi anni è servito a legittimare e diffondere la letteratura sarda contemporanea, che oggi a buon diritto appare come la più nutrita di esempi da seguire in Italia. Mi riferisco in particolare alle pubblicazioni di G. Pirodda, di G. Marci, di G. Mameli, di N. Tanda. Quanto detto in quest'opera non vuole essere esaustivo del panorama letterario in Sardegna oggi, omologato nei premi di poesia, nel vivace clima di dibattito sulla lingua e letteratura. Esso significa semmai un primo approccio al Pianeta Sardegna, frutto di una sua costante e viva presenza nella sensibilità di chi scrive: pena la cancellazione, la non esistenza.
Aggiungo che alcune letture seguono la direzione dei rapporti intercorrenti fra letteratura e arti figurative; che ciò che emerge e si conclude su certa produzione della Deledda matura può parere azzardato se non si considerino i legami fecondi che ella intrattenne col mondo degli artisti e pittori e intellettuali della Roma Bizantina, che qui si documentano; che si è cercato di capire e di rendere conto della dimensione europea della sua opera, scorrendo nel contempo la critica sarda su di lei, attraverso gli articoli pubblicati su giornali e riviste. Viene fuori così l'identikit di un'artista forse casualmente donna, di una "poetessa e scrittrice dall'animo quasi maschile".

Grazia Maria Poddighe

 
 
 

«La via del male»
e «Sino al confine». Storia di due tradizioni nella cultura romana del primo Novecento

I primi anni romani della Deledda vedono il successo, o meglio la conferma di quel successo che dalla Sardegna aveva portato la voce della scrittrice, giovanissima, sulle pagine delle riviste del continente. Sicché, ben lungi dal denotare una presenza troppo appartata, gli anni dal 1901 al 1914-15 segnano invece fitti scambi e rapporti personali con personaggi illustri e rappresentativi del mondo artistico-letterario romano. Intanto, la conferma dell'amicizia col De Gubernatis, del cui sorgere fornisce testimonianza l'epistolario Nuoro-Roma negli anni 1892-1905. In esso è tracciata la storia della prima produzione di opere di ambiente sardo, da «Fior di Sardegna» ai «Racconti sardi» a «L'indomabile», rispettivamente nelle lett. dell'8-5-92; e del 14-2-93.
Per capire in quale considerazione la scrittrice fosse tenuta, valga la testimonianza delle note di Sibilla Aleramo su Grazia, una in particolare, scritta ormai alle soglie della morte, in cui, rievocando le presenze femminili della sua giovinezza, annovera la Deledda fra quelle che la sostennero e non la dimenticarono1.
La stessa Aleramo, già nel 1899, trova doveroso riconoscere, in piena campagna per l'affermazione dei diritti della donna, a «Le tentazioni», il merito di avere additato «quanto grande e ottimo sia il contingente che la donna italiana dà alla patria letteratura»2.
Attraverso Giovanni Cena avvenne la conoscenza e la frequentazione del circolo animato dallo stesso e dalla Aleramo, in cui ebbe modo di incontrare il Panzini «timido e ossequioso», Pirandello, «professorucolo ancora quasi ignoto»3; e continuò nella casa di via Flaminia.
Sembra fin da allora indiscutibile la celebrità della Deledda, le cui opere in prosa, ma anche in versi trovarono immediata

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accoglienza nelle riviste sarde e più del continente4 e poi vennero recensite da nomi illustri quali il Tilgher e il Lancellotti. Due lettere, ancora inedite della Deledda, dirette a A. Tilgher (8-6-23; 10-4-24, Roma, Biblioteca Nazionale) un'altra al Lancellotti (23-2-918) intendono ringraziare dei giudizi sulla sua opera. «L'illustrazione italiana» (24-3-907) cita la Deledda con la Serao, D'Annunzio, per la traduzione in svedese, e pubblica un ritratto della scrittrice sul n.2 dell'11.6.1911, pg.5. «l'Italia femminile» la menziona più volte, dopo la pubblicazione de «La giustizia»5. La rivista «Roma letteraria», che annoverava come collaboratori Gemma Ferruggia, Vittoria Aganoor, Zanella, Fogazzaro, Roux, aveva pubblicato «La notte di S. Giovanni» (10.6.98), «L'ospite», novelle di cui si consigliava la lettura sul numero dell'agosto 1898. Su «Natura e arte» il 1 settembre '92 era uscita «Gabina»; «Leggende sarde», il 15 aprile '94. Nell'epistolario Aganoor-Gnoli la Deledda è citata più volte6.
Ma torniamo a Sibilla. La reciproca simpatia fu confermata dalla collaborazione alla «Grande Illustrazione», il periodico, edito a Pescara, nel quale compaiono «Sotto l'ala di Dio» (nov. del 1914), «L'augurio del mietitore» (ag. del 1914) «Lo spirito del male» (dic. stesso anno). I due numeri di novembre e dicembre, presentano, come tavole fuori testo, due opere di G. Biasi «Sera di festa» e «Mattino di Natale». Numerosi i lavori dell'Aleramo pubblicati in quegli anni, tanto da far pensare a una vera e propria leadership sulla produzione femminile contemporanea. Non abbiamo mai testimo nianza di scarsa stima da parte della Deledda nei confronti di Sibilla, come accade invece per la Negri, da parte di entrambe7. I rapporti con la Roma bizantina, più che su D'Annunzio, Angelo Conti, la Duse, personaggi avvicinati dalla Deledda, ma con i quali ebbe scarsa dimestichezza, si concentrarono invece sul suo anima tore e mecenate, Gegè Primoli. Sei lettere della Deledda al Conte testimoniano la straordinaria personalità di questo personaggio che amò ritrarre, nelle sue celebri fotografie, gli avvenimenti e le feste aristocratiche e popolari di Roma8. Gran signore, «un gigante in un paese di pigmei»9, dei cui buoni uffici la Deledda profittò per la traduzione di alcune sue opere nella «Rèvue de Paris"10. Un biglietto
finora inedito testimonia una richiesta in tal senso; «Roma, 9/4/07 (n.3203 fondazione Primoli).

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SignorConte,
M. Hérelle mi scrive di aver già spedito al Ganderon due terzi della traduzione della «Via del male» e «une analyse sommaire des derniers chapitres» . Ora dunque è il momento buono perché Ella faccia qualche cosa per me. Anche l'Hérelle è dell'opinione che «La via del male» sia il migliore dei miei romanzi. Vivo nella speranza che la «Révue de Paris» accetti questo lavoro al quale io tengo moltissimo. E aspetto da Lei una buona notizia. Anche il mio nuovo romanzo «L'ombra del passato» , or ora finito di pubblicare dalla «Nuova Antologia» ha un ottimo successo. A giorni uscirà in volume e glielo farò spedire. E Lei come sta? Io devo ringraziarla ancora di tutte le gentilezze che mi ha usato in Roma, serbo di Lei un vivo e grato ricordo, e spero che anch'ella non mi abbia completamente dimenticato. Ricordando appunto la Sua cortese bontà in mio riguardo, Le scrivo per salutarla augurando a Lei ogni bene, a me. . . il Suo solito aiuto e la Sua simpatia!

Sua
Grazia Deledda

Il progetto di traduzione nella prestigiosa «Révue», su cui Primoli aveva larga influenza si era dapprima soffermato su «Dopo il divorzio», in seguito su «Nostalgie»11. Ma poi è «La via del male» ad essere pubblicato a puntate, a partire dal 15-5-1908. Il romanzo, rifacimento de «L'indomabile» di cui alle lettere dell'8.5.'93 del 4.9.93 al De Gubernatis, fu pubblicato per le edizioni Speirani, To. nel 1896; la seconda edizione è del 1906, Roma «Nuova Antologia». L'opera fu ideata negli anni della collaborazione del De Gubernatis per la fondazione di una Società Italiana per il Folklore. Mentre raccoglieva tradizioni e credenze popolari sarde, la Deledda componeva le «Leggende sarde» e «Fior di Sardegna» (1892), articoli e racconti di ambiente sardo; una «Lauda di S. Antonio» apparsa nella «Rivista delle tradizioni popolari italiane» l'1.12.'93; e «Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna» Roma, Forzani 1894. Quanto questi studi influissero sulla stesura de «L'indomabile», poi «La via del male», in cui è fedele la riproduzione della vita sarda, dal compianto funebre ai rituali tradizionali, le nozze, le consuetudini contadine e paesane, i canti sacri, etc. è testimoniato più volte dall'epistolario Deledda — Gubernatis, in particolare dalla lettera dell'8-5-93. Già dal settembre 1905 nella «Révue»

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erano stati tradotti due racconti dal titolo «Les deux justices» e «Donna Jusepa». Di questo romanzo, nella lettera del 28-4-96, al Primoli, la Deledda parla come del migliore dei suoi lavori, nonostante abbia avuto scarso successo in Italia, forse perché in Italia la via letteraria è «così aspra, così meschina12 e la Francia è terra «di giustizia e di bellezza» cui «tutti noi guardiamo»13. Come si presenta la traduzione dello Hérelle? L'operazione di trasferire nella lingua francese la terminologia inerente usi e strutture di aggregati sociali, tradizioni e costumi antropologicamente non affini, la geografia locale delle strade, della casa, della vigna, della bettola, della tanca e dell'ovile, rivela le difficoltà dell'inappartenenza al codice sardo, e deleddiano, o almeno a una zona linguistico-culturale implicante codici particolari. In più, il movimento ritmico-musicale della lingua francese non risponde a quello spazio-temporale della pagina deleddiana, e non rende la drammatica oppressione degli avvenimenti, la loro fatale concatenazione. Certamente, non si perde l'evidenza dei meccanismi di fondo del romanzo. La discrasia fra la tensione erotica e l'autocensura, che determina la duplicazione amorosa (per Maria e per Sabina, da parte di Pietro, e viceversa) e l'odio per l'oggetto dell'amore, colpevole di presentarsi come irraggiungibile per l'invalicabile distanza sociale; l'apparente vittoria del codice ambientale sulla pulsione erotica, col matrimonio di Maria e il ripudio di Pietro; la preservazione dell'amore di Pietro nell'isolamento del carcere; l'omicidio che trasgredisce la norma morale, sono le ambivalenze di fondo del romanzo, in cui la conservazione della vita con le sue pulsioni nasce dall'infrazione delle regole che la governano. Dall'antagonismo vita-codice si origina il senso di colpa del personaggio giù giù sino a «II paese del vento», «La danza della collana» etc. Così nei racconti romani, il senso di colpa del personaggio rimanda ad ancestrali trasgressioni. Era questo disagio del personaggio che anche i lettori d'oltralpe potevano cogliere, questa anticipazione della crisi, insieme storica e psicologica, che era del personaggio pirandelliano, incerto fra convenzione e contravvenzione alla norma-realtà, alla ricerca dell'attuazione di un'impossibile purezza.
Ancora nella «Revue», comparve, dal 15-7-910, «Sino al

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confine», col titolo «La mort et la vie». Al confine fra la vita e la morte, cioè fra vitalità e conformismo, Gavina vive la separatezza della persona all'interno di se stessa e nei confronti del mondo. Personaggio paradossalmente deviante per eccessiva ottemperanza, per un ossessivo ossequio derivante da paura del proprio io, la sua stessa incontaminata intransigenza, provoca ben altre e più profonde crisi, abissali catastrofi. Priamo, il prete innamorato, che vorrebbe salvarsi spretandosi, cade nella depravazione che ne infanga il ruolo e la missione. Uno speculum damnationis che col suicidio dì Priamo fluidifica una vicenda statica, riverberando la duplice schiavitù di Gavina e Priamo, personaggi incapaci di accettarsi e perciò attori di una tragedia senza soluzioni aperte. La traduzione si deve a Albert Lecuyere, e traspone alla lettera le modulazioni severe e lente del linguaggio deleddiano, senza riuscire a rendere l'ostica asprezza del carattere di Gavina.
La storia di due traduzioni viene così a testimoniare l'intrecciarsi dei rapporti fra la scrittrice sarda e il mondo culturale romano. Mancano, nella raccolta fotografica del conte Primoli, testimonianze della Deledda, mentre più volte è ritratto il gruppo degli amici napoletani, la Serao in particolare. Dobbiamo pensare dunque a rapporti non di stretta amicizia ma di stima, e di reciproca ammirazione (lett. n.3205, ined. riportata in nota) fra la Deledda e Primoli, cui artisti di fama e già leggendari come D'Annunzio e la Duse, si rivolgevano per aiuti economici e raccomandazioni14. Il che ci dà conferma della presenza discreta, ma vigile, nella vita letteraria romana, della scrittrice che, certo, preferiva ai salotti la pienezza della sua privacy, componendo e ricomponendo il giuoco delle perle di vetro della cultura contemporanea.

Note


1 In «Sibilla Aleramo e il suo tempo» di B. Conti e A. Morino Feltrinelli, 1981, p.324.
2 R. Pierangeli Faccio-Sibilla Aleramo «Le tentazioni» in «L'indipendente» del 24-2-899.
3 S. Aleramo «Dal mio diario», Roma, Tumminelli, 1945.

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4 A. Scano «Poesie e prose giovanili» ed. ampliata dalla figlia Carmen,
Mi, Virgilio, 1972.
5 «L'Italia femminile», n.43 del 5-11-99, a.1.
6 V. Aganoor «Lettere a Domenico Gnoli»,B. Marniti, Sciascia 1967.
7 Cfr.le pagine de «Dal mio diario» cit. e,per la Deledda,la lett. del 15-5-92 al Provaglio in A. Scano «Versi e prose giovanili» cit.
8 «Con Gegè Primoli nella Roma bizantina», M. Spaziani, Roma, 1962.
9 Lettera contrassegnata dal n. 3204, Fondazione Primoli.
10 J.N. Primoli «Pages inédites» parM. Spaziarli, Roma, 1959 ed. Storia e letteratura (introduzione).
11 Lettere del 28-4-06 e del 5-5-06 in «Con Gegè Primoli..., cìt.
12 Lett. del 5-5-06.
13 ivi
14 Si riporta la breve lettera n. 3205, Fondazione Primoli, inedita:


Illustre signor Conte,

Roma, lunedì

La ringrazio vivamente della Sua sollecitudine nel rispondere al mio vivo desiderio di salutarla prima della Sua partenza.
Domani però, martedì, ho un impegno per tutto il pomeriggio, potrei venire mercoledì, se Ella non sarà ancora partito.
Ad ogni modo non si prenda il disturbo di rispondermi. Io mercoledì verrò egualmente, verso le cinque e mezzo; e con la speranza di poterla rivedere, e augurandoLe di ristabilirsi prestissimo, La saluto devotamente

Grazia Deledda


La lettera, o meglio. il biglietto senza data, è certamente in sintonia temporale con la pubblicazione dei citati romanzi nella «Revue». Se la lettera 3203, inedita anch'essa, ha la data del 9-4-07, dobbiamo attribuire allo stesso anno, a parer mio due o tre mesi dopo, la lettera 3205 in questione.
Così sarà per la lett. n. 3204, del medesimo contenuto e argomento.

Le lettere, qui di seguito riportate, di G. Deledda al conte Primoli, sono state pubblicate dallo Spaziani, op.cit. La n. 3203 3204 e 3205 sono tuttora inedite. Se ne dà pubblicazione per Concessione della Direzione della fondazione Primoli, che ha anche consentito a che venissero fotocopiate le altre lettere in possesso della fondazione stessa. (Grazia Maria Poddighe.)

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