LA MINIERA

 
 
La miniera raccoglie una serie di racconti e un breve poemetto che hanno origine dalla medesima matrice poetica. Fa da sfondo ancora la Sardegna, ricordo e luogo mitico di un'infanzia vissuta nello solitudine che fa crescere e maturare un senso dell'esistenza, forte e accorato. La storia di una comunità di minatori della Nurra del secondo dopoguerra è vista attraverso gli occhi dell'infanzia e del suo difficile evolversi verso una precaria maturità. Il nucleo generativo del testo narrativo e poetico, è l'accettazione e Il riconoscimento che il sottosuolo è dentro di noi, e ci segna inevitabilmente né ammette di essere ignorato o giustificato. Affiora nella sua peculiare tramatura, la vita che ha la specificità storica del mondo sardo ma anche la crudeltà, la casualità, la forza disperala dell'esistenza quando è in lotta con le cose e con se stessa. La scrittura perplessa ed emozionale non concede spazio all'idillio e sa rendere sonorità e colorazioni della realtà in un'atmosfera rarefatta quasi esclusivamente percettiva e coscienziale.
 
 
 
Alta la solitudine
come una nobile scelta
come un religioso rispetto
agli abitanti del luogo
dove il tempo non c'è
una mufla, il cinghiale
che sembra ronfare e minaccia,
le frotte di volatili,
la compagnia dei cieli,
i cedroni, le stelle dell'aia
le faraone, i fagiani,
che compiono giri con le ali
immaginari
con cui si divideva
il profondo, il lontano.

E sempre il mare che ulula
più simile all'animale
sconfitto che muore libero

e sempre il cielo che sembra
una carena o un puntale
smorzato sul mare
o un aquilone che varia
il volo continuo
e non lo vediamo approdare.
Di contro gli anfratti abitati
due occhi annoiati in cui c'è
già vissuta ogni cosa.
E tutto è un lungo presente

la treccia che fa e disfa
la fanciulla porporina e bianca
alla candela mozzata
 
la camicia tessuta
troppo presto per sempre

Le nozze del pane bianco
iridescente della sposa
che si porge che sottindende
leggiadro nella sua forma

le grandi catastrofi del mare
i destini uguali
delle attese sulle scale deserte

corbezzoli e sorbe trattati
come conigli appena figliati
custoditi dentro le scatole
al caldo del cartone
e un cupo vuoto che sa
di formalina e di gas
che interrompe un attimo
l'ostinata durata

pettini sulla specchiera
con aghi da infilare
sotto uno specchio di vetro
con qualche riflesso perpetuo
bambole senz'occhi
emerse da sottosuoli
la stessa voce che chiama
al termine della sera
per il ritorno serale

Capretti sventrati galline
col collo da tirare
le budella fumanti
da cui si allontana il fiele
la fucina della cucina
friggere fumare
serbare per il Natale

 
 
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il più grasso il meno leggiadro
che sfrigoli meglio e intrattenga
attorno al camino col frutto
della vite bassa spremuto
nodosa come la minaccia
del bastone deposto

il Gennaio sudato
come ferragosto
bagnato fino all'osso
di primo mattino

sognare come le folaghe
non come gli uccelli da nido

alla frusta del giorno
affidarsi alle gambe volare
quando non c'è occhio umano
e ti segue un felice compagno

La scudisciata sul petto
amore improvviso
sei come il nibbio cieco
che ha interrato le ali
Tutto vivo e presente
vissuto, già per esserlo
come dietro le quinte
si risveglia alla vita
la compagnia addormentata
quando si alza il gran velo

tutto vivo e presente
da vivere, già vissuto.

 
Torna a rigoglio il melo del malocchio
concrescono rami e giunture
tutto si fa più alto
è un grande albero ceduo
fra la miniera e il mare
il lembo che si svincola
dall'immobile specchio
visibile e mobile un attimo
come una marina in fermento

la vita si apprende da uno sguardo
da qualcosa che nell'aria preme
l'oltraggio dello stagno
del polmone malato
del tendine leso

lo scalpicciare e scalciare
a tempo di fuoco.

La stadera cigola e si sgrana
fra le dita spaccate
il rosario dell'ora quotidiana
il cece ed il fagiolo per contare
lo strutto nel tempo rappreso
il lardo che ha strie di vermiglio


una mano insensibile
nella pioggia sensibile
che non medica piaghe
la biscia che divincola
la sua propria metà
la scarpa che precipita
dalla scarpata in ombra

 
 
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senza la suola, piccola


e come un sole
negli occhi l'acquazzone.

 

Tutto riposto per dormire rigido
il corredo dell'unico neonato
che avrebbe condotto
in circolo il puledro
a correre in circolo il puledro

e tutto così verde
sbucava d'improvviso
quando lo si osservava
nel suo verde improvviso

e tutto così chiaro s'arrestava
in immagini senza velo
come un quadro che si racconti
il rosa il giallo l'ocra
trasfuso sulle case
dai vagabondi cieli
indelebile guazza
sfere polite di fattucchiere
o variegato vaso
dove s'annida il polipo
l'inchiostro che smobilita
e cola come fa
la mannaia del sole.

 
 
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Morire di vecchiaia
di non poterne più
sopravvissuti a tutti
con gli occhi che vaneggiano
di altri mondi
essere saggi a tal punto
da sopportare il finale
quando la fine si è già vista
quando sembrava fatale
l'abbandono, l'amore
un fremito mai vissuto

sorprendersi a trasportare
un sé leggero
arrampicarsi per riposare
e riposare solo sulla stuoia
dove s'è partorito ginocchioni
l'ultimo maschio
che oggi potrebbe avere quarantanni.

Alimentarsi come la lucerna
una goccia di latte di gallina
nel mucchio dei defunti
non salvare neppure il volto madido
la rabbia la dolcezza
del fuoco che accompagna
il muoversi dei fianchi
nel travaglio d'amore

o invece trattenere
nel pugno stretto
l'aver chiavato in mente
solo quell'ansimare
la fiamma che va e viene

 

il mansueto bastardo che sa
né guarda l'altro sé stesso
ciò che avviene alla femmina
misterioso come il grano
stretto in pugno alla vecchia.


 
 
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