OSCURA COME L'OMBRA

 
 
Il tentativo disperato della parola di riscattare la mera esistenza abbandonata nel tempo e fra le cose, per ricomporre la totalità perduta uomo-mondo, coscienza-fenomeno, è l'oggetto della gran parte dei saggi contenuti in questo lavoro. Se la realtà è ontologicamente inconoscibile, l'arte è epifania dell'essere; abbaglio più che illuminazione, dalla quale con i simbolisti, ha preso le mosse. La Parola si pone in un mondo privato di Dio e teso sul Nulla, come l’unico assoluto. Il suo riferimento al mondo oscuro da cui deriva è costante. L'ombra del Sé sullo "scalcinato muro". L'ombra delle civiltà dei primordi che viene alla ribalta con prepotenza con l’Arte Negra, con i Primitivi; con la rivalutazione di culture destinate a soccombere. Quel senso di noi e delle nostre diversità che si afferma nell'Arte e si smentisce nei genocidi. L'ombra è il margine oscuro della parola, il segno della sua provenienza dal nulla, e anche il simbolo dell’esperienza esistenziale immersa nel nichilismo. Muovendosi dall’ancestralità dell'essere, espressione di archetipi individuali e collettivi, adombra l'angoscia della condizione umana, l'affinità essere. Nulla di cui parla la filosofia orientale e Heidegger: l'essenza del nulla che è la fenomenologia dell'angoscia.
 
 
 
Introduzione di Grazia Maria Poddighe


ESSERE APPARIRE PERCEPIRE

II tormentato rapporto Natura-Uomo che aveva segnato l'ultimo Leopardi, si ripropone nel '900 nei termini di Coscienza-Fenomeno.
Dal loro rapporto talora conflittuale e comunque mai univoco, nasce sul piano simbolico e dell'immaginazione, l'oggetto artistico.
Il dualismo essere-apparire e l'arte intesa come percezione del fenomeno avvalorano l'impossibilità di cogliere l'essere del fenomeno stesso e forniscono all'arte la sola certezza dell'attimo rivelatore.
La realtà appare solo per squarci e resta ontologicamente inconoscibile, l'arte è epifania dell'Essere nella percezione di esso; abbaglio, più che illuminazione, dalla quale, con i simbolisti, ha preso le mosse.
La domanda fondamentale della filosofia, che ha avuto risposte diverse da Husserl a Löwith, a Heidegger, se si debba ridurre la coscienza al fenomeno o il fenomeno alla coscienza1 rimane irrisolto anche in Sartre2.

1 K. Löwith, Gott Mensch und Welt trad. it.: Dio uomo e mondo da Cartesio a Nietzsche, Napoli 1966.
2 J.P. Sartre, Qu'est-ce que la litérature? Paris, Gallimand 1947, p. 15: "La coscienza e il mondo sono dati nello stesso momento: per la sua stessa essenza, il mondo è insieme estraneo alla coscienza e relativo ad essa" (trad. it. di F. Brioschi)

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Infatti l'essere il mondo a un tempo esterno e relativo alla coscienza, pone la questione sui presupposti ontologici della fenomenologia.
Il fenomeno è tale in quanto appare alla coscienza, ma l'essere del fenomeno deve trascenderla, poiché non è posto da essa. In Sartre, in particolare3 lo statuto ontologico della realtà è di essere "In-Sé", massiccia, inerte, opaca. Lo Statuto ontologico della coscienza è il "Per-sé", negazione di ciò che è, nella sua progettualità, motilità, proposizione e avvaloramento. Perciò, lo Statuto ontologico della coscienza non è di essere, ma di non essere: cioè Nulla, lacerazione dell'Essere. La coscienza è destinata a non conoscere in sé, l'essere.
Ma nel momento in cui la realtà appare, inconoscibile e misteriosa, alla coscienza, "parte dell'essere è".
Questa "emergenza" dell'essere è già nella "scoperta" dell'infinito da parte del Leopardi, e segna la sua ricerca di uomo che domanda, e insegue risposte da una natura che si appalesa come fenomeno e persiste nella sua misteriosa inconoscibilità4.
Squarci, possibilità "attimale" di poesia; illusione, talora, che la percezione possa condurci a un quid conoscibile. Così è per Montale5. Questa stessa pregnanza di mistero ha il porto sepolto, il ventre delle cose e della poesia, il deserto, in Ungaretti6.


3 J. P. Sartre, Qu'est-ce que la lìtérature?, cit.
4 G.M. Poddighe, Sull'abisso del nulla, Roma, Bulzonì 1998, pp. 15 sgg.
5 E. Montale, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1984.
6 G. Ungaretti, Vita di un uomo, Milano, Mondadori, 1992.

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L'analogia associa, collega i dati della coscienza in rapporto al momentaneo rivelarsi della realtà, trova nessi profondi, raggiunge, forse, l'Inconnu del Mistero o l'Absolu.
Ma poi l'intermittenza vien meno, i fili non si collegano più7 e "l'illusione manca".
Dice Sartre, ribadendo la solitudine e l'infelicità della coscienza8: «Siamo i rivelatori dell'essere ... ma sappiamo anche che non ne siamo i produttori. Questo paesaggio se gli voltiamo le spalle, marcirà senza testimoni nella sua permanenza oscura ... Così alla nostra certezza intima di essere "rivelanti", si aggiunge quella dell'essere inessenziali nei confronti della cosa svelata».
E non è questo il tópos dell'arte del '900?
Le piazze vuote di De Chirico, le sole ombre; i manichini, resi puro fenomeno senza coscienza, quasi impenetrabili da essa.
Il mondo naturalistico di Montale, dove le emozioni appaiono metamorfizzate in oggetti e la coscienza stessa diviene cosa in paesaggi stralunati e fiscamente morti, incarnati in fossili o in barlumi mobili di ricordi che, per un attimo, intravvedono la loro antica vitalità: la vita avvenuta, transcorsa.
Rivelatrice dell'Essere è la parola, che mira a ricostruire la totalità cui la coscienza aspira e da cui è ricacciata nella piccolezza del suo spazio e del suo tempo.


7 E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 12.
8 J.P. Sartre, Qu'est-ce que la litérature?, cit., pp. 16 sgg.

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L'uomo del '900, così per Heidegger come per Löwith e per Sartre9, privo di ogni giustificazione metafisica, è mera esistenza abbandonata nel tempo e fra le cose.
Ha come fondamento la solitudine e l'angoscia del vuoto: di qui la coscienza, per Sartre, si espande al mondo della realtà, cercando la riappropriazione di una totalità inarrivabile, respinta da una realtà che ontologicamente trascende e le sfugge.
Così già Leopardi10.

9 J.P. Sartre, L'être et le néant... trad. it: L'Essere e il Nulla, Milano, Il Saggiatore 1965.
10 G.M. Poddighe, Sull'abisso del nulla, cit., pp. 10 sgg.

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