IL PAESE DELL'UVA

 
 
Il paese dell'uva raccoglie due romanzi brevi, il paese dell'uva e Arghelai. In essi si rappresenta una Sardegna non convenzionale, violenta, pulsionale e contraddittoria, in cerca di un'altra immagine di sé, di un paese più vivibile e civile. il paese dell'uva è un romanzo sulla crisi del concetto di comunità e sulla tragedia dell'emigrazione e della diaspora, sul rapporto mutamento - continuità e il dramma della scelta, che qui significa sfaldamento, rinuncia alla solidarietà e alla partecipazione, a un immaginario vissuto e fantastico. Irripetibile. Nel secondo romanzo il paese di Arghelai, florido, laborioso, sovrastato da Montiscuro porta in sé colpe oscure e nascoste, eredità della sua antica derivazione e cerca di sfuggire ad ogni identificazione col suo antagonista Montiscuro. Sono due romanzi concentrati e densi tramati su una scrittura che non ha riscontro con quella convenzionale del romanzo, e sardo in particolare. Nella scrittura il fantastico si tramuta in realistico e questo a sua volta si svela nella percezione del sublime. Si può parlare piuttosto di iperrealismo e di favoloso e della loro strana ma possibile commistione. Una commistione che accosta una crudeltà che è propria del Pulp alla tenerezza lirica di fronte all'entropìa delle energie della vita. Il tema del sesso, affrontato attraverso l'affabulazione da parte della comunità matriarcale, che è al centro del primo romanzo, si specifica nel secondo come tema dell'amore nelle sue incarnazioni e implicazioni fino alla consapevolezza, che è in Anghelu, della libertà che lo caratterizza. Libertà che è la conclusione tematica dei due romanzi che, nella sua assolutezza è la più profonda e pura aspirazione di tutti i personaggi, come singoli e come comunità.
 
 
 
Le mani erano piccole, paffute, lisce e morbide come il pane. Nella luce che entrava dalla porta socchiusa nella stanza nuda, le si poteva confondere, per il colore che assumevano, con la farina che impastavano con l'acqua. Nient'altro in quella stanza che le mani e la tavola del pane. Forse per questo nulla che abitava e dava concretezza alla stanza, l'impasto saltava con leggerezza gli ostacoli delle case, tane su cui si sgranavano gli occhi della selvaggina o si attaccava l'ombra con il suo peduncolo inquieto. Ostriche serrate, a ridosso di un filo d'acqua.
La pasta trottava, cresceva verso l'alto come una frittata fatta volteggiare da un cuoco, su, al picco delle maree del cielo, era una cresta, sospesa fra le nuvole.
Da luoghi simili a questo erano giunte quelle mani di donne migrate dalle zone dell'uva dolce a quel deserto, che non ha le virtù della rosa.
Si erano adattate in case basse, ritrose persino alla poca luce della sera, tane di uomini attraversate dall'unica strada su cui la polvere attutisce passi e idee.
Il deserto: per strada, nessuno, e intorno, non un filo d'erba.
Un canneto che si inghiottiva la mota.
Un emporio. Le tane. La miniera. L'ambulatorio.
Qui, nelle tane fino ad allora solitarie, erano giunte tutte insieme le famiglie dei minatori, padroni solo della speranza di andarsene appena avessero risparmiato tanto da vivere in un luogo più clemente, sempre che la miniera non se li riuscisse a ingurgitare con le sue formidabili mascelle.

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Quando giunsero, accompagnati dalle donne, davanti all'antro senza ritorno che simulava una bocca, capirono subito che sarebbe stato arduo morire come chiunque altro e che, da quando fossero entrati, era lotta ingaggiata non contro l'ingegnere o tutti quelli che erano venuti da Torino per sfruttare la miniera, ma contro la morte che era l'unica proprietaria di quelle anse e dei camminamenti in cui si annidava come un pipistrello gigantesco.
Era quella una miniera anonima e indifferente, che avrebbe fatto capire solo al momento giusto chi era e che cosa voleva. Le donne spazzavano il suolo con i loro abiti neri e la polvere verde vi lasciava strisce o pulviscoli leggeri, scie di arcobaleni sulle gonne e sui fazzoletti.
Il rosario era il loro misterioso segreto, le parole sulle labbra impastate di sale.
Venivano su una per una in processione, parole incomprensibili, deformate dal dovere di essere dette e da un latino che trainava i suoni come in una lunga filastrocca e li intrecciava come il vimini per i cestini. Quando Lavinia si fermava un attimo, Mariangela coglieva l'ultima sillaba e continuava, e così di seguito, fino a concludere il giro e un semicerchio, mentre ognuna di loro consegnava ad ogni grano la preghiera che non era di nessuna altra e di tutte.
La recita del rosario faceva addensare precocemente la sera su di loro, che tutte insieme, nella prima ombra, sembravano proiettate già dentro il buio. Il giorno dopo, il vento avrebbe soffiato via tutto, rendendo l'immagine, finalmente, di quel cielo intenso, solcato da scie di aria, piena come fosse il riflesso di qualcosa da vivere ancora, ma capace di farsi rimpiangere.

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