Nota di Isabella Donfrancesco
La notte, la luna, il silenzio, lo stupore e la consapevolezza di
una differenza sono le tappe salienti del breve ma intenso percorso
poetico indicato nei versi di Grazia Maria di Dachenhausen. Ne è
tema dominante il miraggio di una femminilità vissuta e poi adottata
attraverso il codice del frammento, un segnale al contempo aguzzo e
rotondo che è la cifra di un linguaggio preciso e del mondo che
questo rappresenta: quello delle donne serrato in una sorta di cantilena
arcaica, di favola primitiva, l'hortus conclusus di un sogno nel quale
anche gli oggetti hanno un nome proprio e un corpo con cui percepire
e storicizzare la realtà.
Favolistico e disadorno, dunque, il codice che Grazia Maria di Dachenhausen
sceglie per la sua poesia colta e profondamente « contemporanea
», frantumata in versi che non ammettono digressioni pur sottintendendone
molte, setacciando tra gli abbagli del giorno i non pochi soprassalti
della notte e distinguendo con garbo deciso il sapere dal
conoscere. « Ho segnato di bianche molliche / il passo delle lune
/ forse qualcuna troverà il cammino », recita una lirica.
Ed ancora: « Una luna più feroce / canta di mezzasera /
soffusa privazione della notte ».
Sono i guizzi verbali che costituiscono per sottrazione il profilo di
un'assenza, tracciando con « bianche molliche » il percorso
del desiderio dentro cui viaggia la parola mancante, consapevolezza
di una identità non riconosciuta, realtà di una stanza
che non c'è.
« Tramontata è la mia luna / e io dormo
sola », dice Saffo.
Da questo « parlare dall'assenza » sgorga prepotentemente
il fiotto indomabile di un immaginario che in Racconti di azzurri e
di lune recupera modelli archetipici, sfiorando senza enfasi una mitologia
costantemente presente, citando uno stuolo interminabile di «
progenitrici » grandi e sconosciute la cui « voce fuori
campo » ha espresso nel tempo quella « notte, quel disordine,
quell'immanenza» che abitano l'Altrove, quell'anima che è
anche corpo, la donna.
Così la parola mancante urla il suo bisogno di dire tutto, di
dare una forma alle emozioni, di riappropriarsi di un linguaggio interdetto.
Un simile urlo si è troppo spesso tradotto in silenzio, ennesima
avventura « possibile » cui la Dachenhausen spesso allude,
territorio di una « resistenza » ultima e feroce, straniera
e sublime, certamente iniziatica. Quasi a dire come il principe Tamino
alla sua sposa: « Non avere troppa fiducia nel sole o nella luna;
scendi con me nell'oscurità della notte ».