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LA REGINA DEI SHARDANA |
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La
Sardegna, l’isola del Mediterraneo, con le sue costruzioni a tholos
e le tombe megalitiche, ha sempre attratto l'uomo europeo alla ricerca
delle origini. Storici delle religioni hanno lasciato intendere che duemila
anni prima di Cristo, due soltanto erano i popoli monoteisti: gli Ebrei
e i Sardi. Popoli che hanno attraversato le varie civiltà, dalla
Mesopotamia, all'Egeo, dall’Egitto, alla Grecia, sempre alla ricerca
di un sapere che ci rivelasse e interpretasse col senso umano della misura
e della moderazione le feroci leggi di natura.Siamo nell'era del Bronzo recente. Nell'eterna lotta per la vita, la natura femminile sovrasta quella maschile non solo con l'energia dell'intelligenza e del sesso, ma anche con una determinazione che può sconvolgere i legami più elementari come quello materno e quello filiale. Clutàimestra e Medea, le donne del mito, considerate feroci dai reduci della guerra di Troia, portano il loro gesto esemplare di liberazione nella terra dei Shardana. Una donna, una regina Shardana che incarna la Dea Madre, si ribella e uccide il marito, capo del suo popolo, al ritorno dall'Egitto. Quali le motivazioni di quel gesto? La gelosia verso un dio straniero che avrebbe addolcito i costumi della sua gente? Un amore finito, la paura di essere abbandonata, la punizione per l'assassinio dei figli? Il mito di Agamennone che, per propiziarsi le sorti della guerra, sacrifica la figlia, confluisce nella pietà, nella scoperta di sentimenti quali l’amicizia, l'amore, la reciprocità. Una convivenza più umana, quella del Dio della Bibbia, comincia ad avanzare. La riflessione antropologica prelude alla teologia delle grandi religioni destinate a incontrarsi nella condanna dell’empietà. Il racconto ricostruisce il mondo dei Shardana, ne sfronda gli aspetti già romanzati, descrive e crea atmosfere interiori, congeniali ai grandi sentimenti della tragedia greca. Si profila l’immagine di una civiltà che, interpretando meglio la natura, crede nell'eroismo del sacrificio. Poiché la regina vuole rapporti autentici con l'uomo e non rinuncia alla sua identità di madre che tutela la vita. Allude così al percorso storico che conduce dal mito a un senso religioso dell’esistenza vissuto e condiviso nella profondità della coscienza di ciascuno. |
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…Le
arrivò alle spalle. Colse la chioma rossa, la disfece fra le dita
come fosse un corbezzolo maturo, ne sentì la fragranza. Disse,
prima che si voltasse: «Ashe, ho capito. Non ti chiederò
più nulla. E lo farò perché non voglio più
curarti. Sei tu che devi curare me. Tu che conosci così bene l'amore
da tenerlo vivo nel ricettacolo della mente, nel cuore, benché
corpo e spirito sentano la crisi dell'assenza, della miseria... Tu, aiuta
me che sono nella sofferenza. Poiché amare è soffrire, quando
si tratta di amare te, Ashe».
Ashe si voltò e lo tenne stretto al seno. I capelli erano un cespuglio di lentischio, e si scioglievano su di lui come l'olio per le lucerne. «Ashe, io ti amo come un uomo può amare una donna, non come una dea vuole essere amata. Io non sono un dio. Forse c'è un'altra dimensione nella vita, oltre quella eroica: quella umana. Gli dèi spesso si avvicinano agli uomini, ne assumono la natura, li proteggono e li ingannano. Gli uomini, dal canto loro, desidera- pagina 86 |
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no
- essere dèi, ma questo non riesce a molti. A qualcuno, sì.
Sono gli eroi, i fondatori di città, coloro che emergono dalla
turba delle persone comuni. lolao era uno di loro e voi lo venerate come
dio. Noi attribuiamo agli dèi, agli eroi, sentimenti esclusivi,
diversi dai miei o da quelli di Bar. Forse è così. Forse
ciò che a loro è dato di provare differisce dalle nostre
emozioni, poiché è diverso il loro dal nostro destino. Loro
immortali, noi destinati a guadagnarci l'immortalità. Ma sotto
le mura di Troia, ho imparato a capire che esistono somiglianze tra noi
e loro: e che loro, gli dèi, vorrebbero provare passioni laceranti,
vorrebbero morire come noi, almeno una volta. Si annoiano, negli spazi
celesti. La loro eternità è come una lunga morte. Ora tu,
se vuoi, puoi finalmente deporre il ruolo della dea degli occhi. Ti bastano
i tuoi occhi umani per guardarti attorno e capire che cosa succede. Il
mondo cambia, le civiltà si esauriscono, cadono le città
e i regni. I nostri ritorni in patria sono stati peggiori della guerra.
La stabilità non esiste, Ashe. Il tuo mondo megalitico, le tue
rocce, le pietre dei nurake, resteranno nel tempo, ma ci saranno altri
uomini, altre genti, non più queste, non più le tue tribù
e la tua gente. Verranno altri, dal mare, così come sono giunti
fin qui gli Achei, gli Egiziani, i Cananei, noi, forgiatori di metalli.
Tutto ciò che è chiuso in se stesso non potrà resistere
al mutare dei tempi. Altri dèi verranno con genti nuove; di questo
ci si dovrà spaventare? Ci sono le vie della religione, dell'arte,
del sapere. Verranno altri mercanti e uomini saggi come Dix, e nuove conoscenze.
Non ha senso rinchiudersi in se stessi. Le acque e i fiumi della Dea Madre
apparterranno ad altre dee: ci si dimenticherà della dea degli
occhi? Si potrà dimentica-
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re
Ashe, che ha incarnato la dea? Forse. Non importa se avverrà. È
importante che tu viva la tua vita adesso, con le incognite che essa presenta,
con la libertà che ti sta offrendo. Libertà di essere una
donna che vuole aprirsi agli altri; che vuole amare di nuovo. Se così
non fosse, non saresti una donna. E invece, sei un essere umano femminile,
con tutte le esigenze che la tua natura comporta. Guardati intorno. Osserva
i mali degli altri, i loro tormenti. Possono esser fisici: vedi Bar che
cammina storto. La sua spina dorsale lo reggerà per poco, ancora.
E Agk? È ossessionato dalla sua forza: deve essere crudele a ogni
costo per apparire sempre forte, per mantenere il suo potere. E lolao?
Soffre di portare il nome di un dio ed esser solo un oscuro uomo che per
caso si chiama come il grande benefattore, l'iniziatore della civiltà
fra i Shardana... Si soffre per la nostra stessa natura; si ha orrore
di come siamo. Anche tu hai sofferto della tua ferinità, del tuo
isolamento... Non sei mai stata socievole, non eri come le altre donne.
L'avere rappresentato una dea ti ha allontanato dalla comunità
degli uomini e non ti ha fatto inserire fra gli dèi: troppo presto,
per chi ha ancora da vivere».
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