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TERRA DI NESSUNO |
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Nota di Vincenzo GuarracinoUn viaggio sulla scorta di una vigile attitudine sensoriale, di un’ allertata capacità di ascolto e di visione, praticato per il tramite di una parola di feconde antinomie, avvolgente e carezzevole ma anche acre e furente, germinale e al tempo stesso ridondante e allusiva, pensante e pesante, tesa com'è titanicamente a leggere nel "libro senza fine" della vita (p. 17), addirittura iperbolicamente a "capire come funziona / la creazione" (p. 70) attraverso l'attivazione di una molteplicità di registri: a volerlo sintetizzare in poche parole, si potrebbe definire cosi lo scenario disegnato da Grazia Maria Poddighe nei tre movimenti di cui consta Terra di nessuno, dove ragioni morali e culturali vengono riassunte ed "esposte" al fuoco di un'ansia di riconsacrazione della memoria e dell'esistente fino a far sì che dal "gorgo di buio" (p. 62) della notte di un drammatico deserto dell'anima e dal "disperato altrove" (p. 62) di un'esperienza sempre alla ricerca di ancoraggi e certezze finalmente emerga "un'insolita chiarezza" (p. 63), addirittura "un'improvvisa visione totale" (p. 64) capace di proiettare l'io oltre la "terra di nessuno" (p. 14) della sua sostanziale condizione di estraneità e vuoto, oltre l'effìmera e grigia apparenza delle cose, per affermare la propria inalienabile "presunzione all'esistenza" (p. 21) nel più vivo e appagante commercio con un Mistero inscritto nella "vicenda" stessa ("notturna" e al tempo stesso luminosa) della quotidianità dove "niente assomiglia al sogno" (p. 29). "Poesia dell'inquietudine" (p. 21) e addirittura "grido dall'incubo" (p. 19), la definisce con efficacia l'autrice stessa, historia a tratti tesa e angosciosa di una ricerca (anche formale) di un paese dell'anima, tramata di aria (p. 11) e colori (p. 19) e al tempo stesso di armoniche vibranti e originarie ("venti" e "musiche", p. 11), legate al tempo delle verità più intrinseche e sostanziali, alla "essenza / dei sensi della carne" (p. 15) non meno che al sentimento vivo e palpitante delle cose ("io sono ciò che sento", p. 30), come in una danza non di rado allucinata sull'orlo dell'abisso: tra un "enorme impercettibile" silenzio (p. 11) e una voce che è cosciente di andar acquistando verso dopo verso progressivamente convinzione e consistenza (attraverso "brusii", p. 12, "respiri", p. 13, “richiami”, p.15, “nenie”, p. 17, “strida”, p. 22, "sussurri", p. 26, "tonfi", p. 28, "rantoli", p. 50, e l'elenco potrebbe continuare), per appagarsi e trascolorare alla fine nei ritmi della ballata (p. 72), come a dire nelle figure di un canto d'intesa e di armonia, e parallelamente tra "vampe e riverberi" (p. 20), "lucori" (p. 32), "luminescenze" (p. 33), "lampi" (p. 55) e "ombre" (p. 72), si scrive cosi, in sinestetica callida iunctura tra suono e luce, il passaggio da una condizione di disperante solitudine alla strana vertigine di un'acquisizione di consapevolezza ("E tutto all'improvviso / dentro di me fu chiaro", p. 70), che avviene perentoriamente come un'anamnesi o un miracolo nello spazio di un progressivo riconoscimento di ciò che nel processo di metamorfosi incessante dei giorni ("Sento che muto e mi vedo mutare", p. 36) fonda l’io nel tempo, nell’hic et nunc di un'accettazione di un più profondo e spirituale contatto con la vita e con le cose. Perché è proprio questo che Grazia Maria Poddighe dimostra di cercare: una riconciliazione e comunione, addirittura un'immedesimazione, con la propria storia (e la propria geografia), a partire da un preciso omphalos di senso, da cui, come da uno "snello fuso che avvolge / l'una all'altra le nostre ore" (p. 72), come recita nella chiusa dell'ultimo testo di Rossi e ninfee, conclusivo dell'intera raccolta e dunque a suo modo rivelatore delle ragioni di quest'avventura di scrittura, si dipanano domande e pensieri. Cos'è questo "fuso" essenziale e destinale, questo "punto" capitale, da cui l’io lancia il proprio sguardo sull'abisso dei giorni e intorno a cui "si concentra" la "ballata" delle parole e della vita stessa, dando compattezza alla precarietà di una soggettività tentata dagli spazi abissali della visione plurima e della contraddizione, salvandolo dal rischio di un naufragio tutt'altro che leopardianamente "dolce"? E l'idea, mi pare, che solo la poesia sappia e possa dare senso all'insensatezza, alla "disperazione" (p. 16) di un trascorrere nella "terra di nessuno" (p. 19), divisi tra assenza d'amore (p. 14) e ossessione "del dopo" (p. 19), nel perpetuo circuito di distruzione e morte che interessa le cose non meno dei rapporti ("la morte che le è propria / sconfina in altre morti / come fai tu in questa notte mia / con l'indifferenza", pp. 38-39) e con nessun'altra fede e consolazione se non l'eroismo delle parole e di un'ostinata "presunzione all'esistenza" (p. 21), nonostante solchi e ferite del tempo, il "viso segnato" e il "corpo che decade" (p. 45). Poesia sulla poesia, dunque, puramente autoreferenziale, questa della Poddighe? Nient'affatto, o almeno non soltanto, animata com'è da un'intensa passione di vita, sintetizzata in figure di forte impatto emotivo. Penso al fantasma della casa "dalle mura rosse" (p. 26) e dall'emergere di suggestive figure parentali (le "figlie bambine" p. 26, non meno del "padre", p. 27) dallo stregante oni-rismo del suo profilo, da cui è bandito ogni sospetto di maniera, e inoltre al sordo rimbombo di un "tu" distratto e indifferente, se non crudele, la cui presenza buca pagine ed emozioni (p. 42), e infine alla tenacia del desiderio e ricordo di amori e disamori che contrappunta i "lunghissimi stralci / della vita che sono / le ore notturne" (p. 55), tanto forte e straziante da dare pateticamente l'illusione di realtà ("l'impossibile accade / l'amante che ritorna dal lontano / inesprimibile vólto", p. 62). A voler conclusivamente racchiudere questo mondo così suggestivo in un'immagine, non saprei trovarne un'altra di più pregnante efficacia della figura della "ninfea", che al limitare della terza sezione s'accampa con la sua presenza protesa tra effimero ed eterno ("sta per finire o vivere", p. 69), per proclamare una coscienza della vita persuasa della propria bellezza, nonostante il destino del perenne trascolorare di ogni vivente e l'insidia del "fermo gorgo viola" che tutto attende e inghiotte. |
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E quando tutto dalla mente cade
e si risale al pianto più lontano offeso in noi rattratto, alberi d'oro avanzano danzando come candelabri di accesa neve in lontani castelli e fanno lunghe scie di luce sul fuoco ghiacciato che giunge ad abissi e ai fossati alberi d'oro a rendere leggiadro ogni silente buio quando si fa leggero il trascorso rimorso l'occhio rinchiude il suo universo e tutto è opaco per la luce bianca tutto tranne un serpeggiante desiderio o sogno. |
Fra notte e giorno la lava avanza
dentro un suo turchino spiraglio abbacinante il fuoco che ci affina e sono stracca non di giorni né di ore sono i minuti la mia stremata voce aspetto che assuma la nobile forma del turbine che tutto offusca e non torna se stesso tu non sei cosa o persona posso chiederti questo né figlia amata questo tu sei: parola. |
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Io sono ciò che sento
solo chi ha viaggiato a lungo nella notte percotendo quel suo smisurato buio dà senso all'impossibile e chi ha attraversato l'impervio silenzio della mente ficcando gli occhi ansiosi nel suo vuoto ti cerca per essere e si risveglia come nuova erbetta ma chi non ha toccato il fondo non può raggiungere l'impossibile se stesso. |
Voce dal vano
che ci appartiene e non riconosciamo e che dal sonno scocca dal profondo e lontano e trema in noi impercettibile nostra voce o trasparente tempra che trilla culmina tace oppure voce che al vano ritorna offuscata come dal sonno in infinita lentezza si sprigiona l'apparenza e acquistano progressiva vita le ondulate ombre delle cose e sembra cosi pieno di significato ogni piccolo gesto o atto nel giorno che va alla soluzione per tornare dalla nostra notturna vicenda a questa ballata che dà la percezione del discrimine è cosi difficile rappresentare un tratto appena di quell'altra vita che ci sforziamo di eludere l'incerto fuoco lo snello fuso che avvolge l'una all'altra le nostre ore la voce che si fa molle nell'acqua che trascorre la ballata che su un punto si concentra e tutto cosi presto si distacca... |
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