Tu, Dio

 
 
Nota di Angelo Mundula

«la parola»
di grazia maria poddighe

Forse è legittimo dire che la poesia di Grazia Maria Poddighe si gioca nel difficile discrimine tra l'atto della parola e la sua immediata metamorfosi.
   Anzi può dirsi che c'è qualcosa di ubiquo nella poesia della Poddighe, che può star lì o altrove o, forse, soprattutto altrove, così che di questa poesia si può ben dire che «scorre», che passa, anzi è già passata «al di là» nel momento stesso in cui la si legge e si vorrebbe afferrarne il senso. E dove, allora, cercarne il senso? Credo stia proprio in questo suo essere cangiante e varia e nel suo fornire ogni volta un'immagine ambigua o bifronte, complessa e imprendibile. Può essere l'immagine della vita, ma può essere l'immagine della vita che è già passata, che passa, cioè l'immagine della morte o qualcosa che molto le assomiglia. Il sospetto che, nella poesia della Poddighe, le due immagini s'incontrino e si sovrappongano e spesso anche si scambino le parti mi appare giustificato e legittimo. Perfino l'atto di amore che dovrebbe trattenere l'immagine sull'orlo del suo abisso o della perpetua metamorfosi funziona qui da ommutatore e da trasformatore. Non solo, ma tutta una serie lessicale favorisce l'immagine di qualcosa di equoreo, di acquatico e quasi vorrei dire di amniotico e, insieme, l'idea del galleggiamento.
   Ma siamo mai nati? siamo già morti? Questa, in sintesi, l'estrema ambiguità di fondo di questa poesia, tutta affidata, allora, all'«atto della parola», la sola che attesti, sia pure per un momento, come un brivido oscuro o un'improvvisa luce, la sua complessa, dolente, sfuggente verità.


Nota di Ferruccio Ulivi

I versi sono tramati e prospettati su una cultura interiore che invita chi legge a una immediata, solidale consonanza. Mi piace anche la puntualità, coraggiosa, del linguaggio.
 
 
 
abbiamo conosciuto
la polvere e il fumo
capretti arrostiti sotterra
postazioni di banditesche orme
inafferrabili
miniere oscure come la malaria
scalpitìo e zoccolare
conigli acri e dolciastri come lepri
volpi immusonite
rosse fra rosolacci
e cagli e presso latte
e impressi fiumicciattoli
che le donne tranavano incuranti
meno che ferma terra di dirupi e di capre
pallide eppure floride allattanti
fra schiamazzi di maiali
operose di rossi corpetti
con bottoniere dal suono astrale
di slitte lontane
- impossibile Vienna
sferragliante di pellicce
bianche dei cani
sulla neve che appena fa rumore -
abbiamo conosciuto
morelli e non cavalli lipizzani
i cavallini della Giara e non i Pinzgau
abbiamo corso sarabande
sulla sella del tavolino
a domandarci neologismi e tempi
verbali
abbiamo suonato gli strumenti
a più corde che nessun liutaio
eseguì mai
sognando pizzicati avventizi
a Salisburgo per il mozartiano
concerto serale
abbiamo riso di pulci
in gara con leoni
e separato il cisto dall'odor dell'ibisco
il mustelide dall'icneumone
 
e il neo del sole, il coleottero,
intravveduto di tra l'eucalipto
e perpetuato il rito
fertile dell'armento
il sarmento tenendo
fra le nostre due mani
se percorremmo spazi
e insieme li sondammo
ora il prestigiatore mostra
un uovo invece del
cilindro del mago
ed un'ala di gru
ti sfarina i capelli
e la mano non salda
il fico con il nespolo
innestando sul margine
di mezzaluna il vitigno sommerso
splende ancora al tuo gesto di mostrarlo
il pagliaio del rame, oro fino
per Donchisciotte, di sopra il camino
sul piancito di legno -la casa era grande comoda-
fuori, l'olivo.
 
 
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