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Antica madre di Grazia Maria Poddighe E’ la storia della Sardegna del dopoguerra, dell’euforia del benessere,del boom economico. La società sarda punta sulla modernità, compie scelte difficili e controverse. Madre e figlia si confrontano, in un colloquio ininterrotto e spietato, sui problemi dell’esistenza e della società. La madre appartiene al ceto urbano, non si riconosce nella tradizione, aspira a nuove supremazie e a nuovi stili di vita. Al successo, al riconoscimento sociale, al danaro. Donne come queste sono state e sono veicolo del cambiamento, soggetto e oggetto tragico di esso e dei suoi fraintendimenti. Progresso è modernità, per questa donna che rappresenta la Sardegna di allora, chiusa e diffidente nel profondo, aperta verso falsi obiettivi, che sceglie il nuovo senza confrontarsi col passato. Questa visione del mondo, omologatrice e tendenziosa vuole imporre alla figlia, che, come tutti i più giovani, lotta per essere se stessa, per essere rispettata nelle scelte. Ed amata. Così non è. Come Eva ha gettato l’umanità all’esistenza, alla colpa, all’esilio definitivo dall’innocenza, così questa moderna antica madre nella sua ricerca del nuovo, non può non sbagliare. Di nuovo la figura femminile è al centro del conflitto in questo libro di Grazia Maria Poddighe. Come già in Adelasia e nella Regina dei Shardana, il rapporto biografia - storia quello in sostanza col mondo e le società che lo governano, è al centro della narrazione. Si parla qui di un’esperienza educativa sbagliata, di una crescita che avviene altrove, fuori e contro le imposizioni della madre, a contatto con la sapienza antica e consolidata della campagna sarda, a contatto con la gente della miniera e della figura paterna, che vi lavorava come medico. Il padre capisce la fragilità che si nasconde dietro la forza di quegli uomini, le loro attese e le frustrazioni. Si fa interprete con loro, delle lotte e rivendicazioni salariali e sociali, partecipa alla loro vita. Gente autentica, che non si nasconde, come non fa neanche lui, che manifesta liberamente dubbi, crisi. Che cerca Dio e muore con Dio. A questa umanità sofferta la bambina deve tutto. Le donne affabulatrici, più forti dei loro uomini, capaci di accettare la crudeltà della natura e della vita, quando non erano in grado di lottare con esse. Lavinia, Agave. Nessuno spazio. Persino l’istruzione elementare era una conquista. Persino la morte. Ma c’era l’altra scuola, quella di cui esse stesse erano le maestre. La scuola delle tradizioni, dei saperi, del perdono, della solidarietà. Tutto questo la bambina apprende e ne fa tesoro, cercando a posteriori la strada della compassione per tutte le moderne Eve. Leggere questo libro è un impegno, non solo averlo scritto. Come sostiene l’autrice, raccontare è “morale”. |
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